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Roberta Bordon – Direttrice dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici e Edilizia di Culto

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Un patrimonio diffuso e una missione condivisa

L’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici e Edilizia di Culto della Diocesi di Aosta si occupa di un patrimonio vastissimo e complesso: oltre novanta chiese parrocchiali, più di ottocento cappelle, diversi santuari e una quantità inestimabile di beni mobili, opere d’arte e arredi sacri. È un patrimonio diffuso, profondamente radicato nel territorio e nel paesaggio valdostano. Ogni villaggio, anche il più piccolo, ha una cappella o una chiesa che rappresenta non solo un luogo di culto, ma anche un punto di riferimento identitario per la comunità. Il compito dell’Ufficio è duplice: coadiuvare le parrocchie nella conservazione di questi beni e promuoverne la valorizzazione, mantenendo viva la loro funzione religiosa e comunitaria.

L’Ufficio svolge un ruolo di raccordo e supporto ai parroci, che sono i legali rappresentanti dei beni ecclesiastici, aiutandoli a reperire fondi, gestire i progetti e affrontare le questioni amministrative. Collaboriamo in modo costante con la Regione Autonoma Valle d’Aosta e con la Soprintendenza regionale, con cui esiste un rapporto di cooperazione e fiducia reciproca. A differenza di altre regioni, dove la distanza delle istituzioni complica i rapporti, qui, in un contesto piccolo, possiamo beneficiare di contatti diretti e lavorare tutti nella stessa direzione. Questo approccio ci ha permesso di portare avanti progetti complessi in tempi ragionevoli, salvaguardando al contempo la qualità e la tempestività degli interventi.

Tutela, restauri e dialogo con le istituzioni

La tutela del patrimonio ecclesiastico richiede una pianificazione accurata, ma anche la capacità di reagire alle emergenze. I cambiamenti climatici, con piogge torrenziali e venti sempre più forti, mettono a dura prova gli edifici: le coperture e le grondaie talvolta non sono più adeguate a sopportare questo tipo di precipitazioni el a manutenzione deve essere continua per evitare infiltrazioni che rischiano di danneggiare affreschi e decorazioni. Ogni anno si aprono nuovi cantieri, bilanciando gli interventi urgenti con una programmazione pluriennale. I costi sono molto elevati: basti pensare che il rifacimento di un tetto di una chiesa può superare i duecentomila euro, mentre lavori più complessi e impegnativi, come ad esempio, il restauro del campanile sud della Cattedrale hanno richiesto circa mezzo milione di euro.

Il reperimento dei fondi è una parte cruciale del nostro lavoro. Importanti finanziamenti provengono dalla Conferenza Episcopale Italiana grazie ai fondi derivanti dall’8x1000, che consentono ogni anno di aprire 2/3 cantieri importanti, l’installazione di sistemi antifurto, il restauro degli organi e numerose attività di valorizzazione presso gli Istituti culturali Ecclesiastici. Importanti contributi per il restauro del patrimonio d’arte e architettura sacra provengono dalla Regione autonoma Valle d’Aosta.

Poi altri contributi sono erogati tramite i bandi delle fondazioni bancarie, in particolare dalla Fondazione CRT, che ha sostenuto interventi di restauro significativi come quello del santuario di Machaby. Collaboriamo inoltre con i Comuni, che spesso mostrano grande sensibilità e disponibilità nel sostenere i progetti di restauro. L’esperienza del progetto INTERREG “ITINERAS”, che ha previsto la realizzazione di importanti investimenti di salvaguardia del patrimonio architettonico sacro in Valgrisenche, ne è un esempio: un lavoro sinergico che ha unito restauro, accessibilità e promozione del territorio. Questo tipo di cooperazione è il modello verso cui vogliamo andare: costruire una visione condivisa tra diocesi, enti pubblici e comunità locali.

Archivi, biblioteche e museo diffuso

Accanto alle chiese e ai santuari, la diocesi custodisce un patrimonio librario e archivistico di enorme valore. L’Archivio e la Biblioteca diocesana conservano documenti e testi che raccontano secoli di storia religiosa e civile della Valle d’Aosta. Negli ultimi anni abbiamo avviato un importante lavoro di catalogazione e dei libri antichi tra cui incunaboli, cinquecentinee manoscritti, utilizzando piattaforme internazionali e nazionali come MEI, Manusonline e BeWeB. 

Si è provveduto alla digitalizzazione di una serie di documenti fondamentali per la ricerca storica, come le visite pastorali, che essendo spesso consultate rischiavano di deteriorarsi e ora sono consultabili a video sia in Archivio che nella Biblioteca diocesana.

La Biblioteca è ora integrata nel Sistema Bibliotecario Nazionale, rendendo visibile il nostro patrimonio in tutta Italia e all’estero.

Il concetto di ‘museo diffuso’ è alla base del Sistema museale ecclesiastico valdostano: una rete di piccoli musei parrocchiali distribuiti sul territorio, nati per custodire e rendere fruibili opere d’arte e oggetti liturgici. Oggi la Valle d’Aosta conta oltre trenta musei parrocchiali, ognuno dei quali svolge una funzione di tutela, ma anche di valorizzazione dell’identità locale. Questa scelta, talvolta criticata da chi preferirebbe un grande museo centralizzato e che presenta indubbiamente una serie di limiti, ha tuttavia permesso di mantenere viva la relazione tra le comunità e il loro patrimonio.

Comunità, volontari e partecipazione

Il patrimonio ecclesiastico vive grazie alle persone che lo abitano, lo curano e lo custodiscono. Le comunità coese fanno la differenza: dove esiste un tessuto sociale forte, i progetti si realizzano più facilmente. Abbiamo esempi straordinari di mobilitazione da parte delle comunità stesse, come le raccolte fondi per il restauro dei Santuari di Perloz o di Machaby, sostenuti anche da offerte e donazioni dei fedeli. Quando la comunità si riconosce nel proprio patrimonio, la tutela diventa un gesto condiviso, una forma di cittadinanza attiva.

L’associazione Chiese Aperte nella Diocesi di Aosta rappresenta un modello virtuoso in questo senso. Nata nel 2000, oggi è composta da volontari che garantiscono l’apertura e l’accoglienza in alcune chiese della Diocesi e nel Museo del Tesoro della Cattedrale. 

Compito dei volontari è l’accoglienza delle persone e l’apertura e il presidio dei siti. Non sono un’alternativa alle guide turistiche, con le quali si collabora per offrire un servizio più completo e continuativo ai visitatori. 

Dopo tanti anni di attività, l’età media prevalente è ovviamente aumentata e questo è al tempo stesso un punto di forza e una criticità. La loro esperienza e dedizione sono preziose, ma serve un maggior ricambio generazionale. La gestione dei volontari non è semplice: bisogna coordinare turni, garantire formazione, risolvere le criticità e, soprattutto, mantenere viva la motivazione. 

Data la vocazione turistica della Valle d’Aosta non bisogna dimenticare le comunità di nuovi residenti e turisti, che rappresentano una risorsa per il territorio. Molti di loro partecipano ai progetti di volontariato o sostengono economicamente i restauri. Questo arricchisce le comunità locali, portando nuove energie e punti di vista. 

Gli eventi organizzati con altre Associazioni, come ad esempio il FAI, o in collaborazione con le biblioteche comunali dimostrano che il patrimonio d’arte sacra può essere un terreno fertile di partecipazione e dialogo civico.

Accessibilità, didattica e innovazione

L’accessibilità è una delle nostre priorità. Abbiamo realizzato diversi strumenti inclusivi: il virtual tour della Cattedrale e del Museo del Tesoro, percorsi tattili e multisensoriali per non vedenti, una guida CAA (Comunicazione Aumentativa e Alternativa) per persone con difficoltà di comunicazione e visite dedicate ai non udenti. Queste iniziative nascono grazie anche ai fondi della Fondazione CRT e alla collaborazione con associazioni e cooperative specializzate. Le esperienze di inclusione non arricchiscono solo i visitatori, ma anche i volontari, che imparano a comunicare in modo nuovo e più attento alle esigenze di tutti.

Una delle criticità più sentite riguarda la mancanza di personale dedicato alla didattica e alla mediazione culturale. Nel Museo del Tesoro della Cattedrale, per esempio, mancano figure che possano occuparsi di progettare attività per le scuole, laboratori o percorsi educativi. Nonostante questo, collaboriamo con insegnanti e studenti, organizzando visite guidate e progetti scolastici, ma il potenziale educativo del museo resta ancora in gran parte da sviluppare. Un altro fronte su cui lavorare è il monitoraggio degli ingressi, in particolare nei siti del patrimonio diffuso: raccogliere dati e statistiche è essenziale per capire l’impatto reale delle attività e programmare al meglio l’impiego delle risorse.

Restituzione, cura e futuro

La restituzione alla comunità è il senso ultimo del nostro lavoro. Ogni restauro, ogni apertura, ogni digitalizzazione è un modo per restituire alle persone un pezzo della loro storia e per sensibilizzarle ad averne cura. La partecipazione è la chiave: i cittadini devono sentirsi parte del processo, non solo beneficiari. Questo vale per i piccoli villaggi come per i grandi centri: il patrimonio ecclesiastico può e deve essere un motore di coesione sociale, capace di unire generazioni e sensibilità diverse.

Le sfide restano numerose: la mancanza di personale, il peso burocratico, la necessità di conciliare tutela e fruizione. Ma la direzione è chiara: lavorare insieme – Diocesi, Regione, Soprintendenza, Comuni e cittadini – per costruire un modello di gestione condivisa del patrimonio. Un modello che metta al centro la comunità, la cura dei luoghi, la loro fruizione aperta e inclusiva.

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