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Enrico Montrosset – Coordinatore della Fondazione Musicale

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Enrico Montrosset è coordinatore della Fondazione Musicale e lavora nel campo dell'audiovisivo e della progettazione artistica e culturale da circa trent'anni.

Lavoro nel campo della progettazione artistica e culturale da quasi trent’anni. Ho avuto la fortuna di attraversare esperienze molto diverse tra loro: la direzione artistica della Cittadella dei Giovani, del Castello Gamba, dei festival Strade del Cinema e Spazi d'ascolto, la progettazione per la società L’Eubage e, negli ultimi anni, il coordinamento della SFOM – Scuola di Formazione e Orientamento Musicale – oltre al ruolo di caporedattore del Messager Valdôtain.
Tutto questo mi ha consentito di conoscere da vicino la complessità del sistema culturale valdostano, con le sue potenzialità e le sue contraddizioni. Non mi sono mai definito come un operatore 'valdostano' nel senso più identitario del termine: preferisco pensarmi come un professionista che lavora qui, ma con uno sguardo universale. Credo che il compito di chi fa cultura sia costruire progetti di valore ampio, capaci però di dialogare con le specificità del territorio e delle persone che lo abitano.

Trasformazioni del sistema culturale e ruolo delle istituzioni

In trent’anni ho visto cambiare profondamente il modo di intendere e organizzare la cultura in Valle d’Aosta. Negli anni Novanta eravamo in pochi: c’era più spazio, più aria, più possibilità di creare e sperimentare. Oggi si assiste ad una moltiplicazione delle proposte; un fenomeno che, da un lato, è un segno positivo di vitalità, ma, dall’altro lato, produce frammentazione, disordine, rischio di sovrapposizione e sterili competizioni. Dal mio punto di vista, rilevo l’assenza di un coordinamento; percepisco, sempre più, una corsa ad arraffarsi il proprio posto, con relativi inevitabili attriti. 

In questo contesto, una criticità a mio avviso importante è l’ingresso diretto delle istituzioni – Regione e Comuni – nella produzione culturale. Si tratta di un fenomeno che si è imposto progressivamente da una decina d’anni, alterando il mercato. Quando l’ente pubblico diventa organizzatore diretto dei propri eventi, dispone di risorse, personale che non sono comparabili con i mezzi di cui dispone un operatore privato, si falsa la concorrenza e si alterano, soprattutto, le aspettative del pubblico. Il ripetersi di concerti gratuiti con artisti di richiamo crea un modello che diventa la misura di tutto: il pubblico finisce per aspettarsi solo questo, mentre la progettazione culturale, quella fatta di ricerca e contenuti, perde spazio, opportunità e visibilità. La strategia dei “grandi nomi” e della gratuità, sulla lunga distanza crea un impoverimento della relazione, indebolisce la costruzione di un pubblico attento e culturalmente curioso. La cultura finisce per ridursi a intrattenimento, smarrendo la funzione educativa e civica, che dovrebbe essere invece l’obiettivo primario dell’ente pubblico. 

Progettualità, contenuti e rapporto con il territorio

Non sono contrario ai grandi eventi: fanno parte della vita culturale e possono avere un ruolo importante di richiamo; vanno però pensati con maggiore accortezza e visione. Un  artista che venga in Valle per un concerto, dovrebbe fermarsi, conoscere il territorio, dialogare con le persone, diventare testimone autentico di ciò che vede. Solo così la sua presenza lascerebbe qualcosa dietro di sé. Ma, ovviamente, quando si parla di “grandi nomi”, ci si riferisce ad artisti che portano sé stessi: che si esibiscano in un prato in Valle d’Aosta, in provincia di Cuneo o in un teatro a Torino non fa differenza.

Un festival, come un evento, ha senso se nasce da un’idea forte, se produce contenuti originali, se lascia una traccia. Penso a esperienze, alle quali ho lavorato in passato, ad esempio con la musicazione dal vivo dei film nei luoghi significativi di Aosta, capaci di generare memoria e di costruire un rapporto tra arte e territorio. Un concetto che si sarebbe potuto ampliare, sempre lavorando sulla sinestesia tra musica e immagine: creare delle mappe sonore, abbinando composizioni originali ai monumenti della città, oppure lavorare sui paesaggi, proponendo repertori concertistici ad hoc, paesaggi sonori. Questo tipo di progettazione culturale, che ha a che fare innanzitutto con un'idea, mi sembra sempre più compressa, cannibalizzata dall’intrattenimento, dall’evento che deve registrare grandi numeri.

Immaginari e trasformazioni sociali

Procedendo in questa maniera, l’azione culturale si svuota: nella standardizzazione che insegue il gradimento del pubblico c’è una perdita di significato. La cultura deve essere invece espressione autentica delle comunità, sapersi saldare con il sociale non in modo forzato o assistenzialista, ma con progetti che migliorino il benessere delle persone che vivono in un luogo. Secondo me, il valore sociale è un grandissimo impegno che i progettisti culturali, arrivati a un certo grado di maturità della propria esperienza, dovrebbero perseguire. Non mi riferisco all’adempimento sterile di criteri di inclusività - che spesso vengono inseriti nei bandi per il coinvolgimento di target fragili - ma al potere trasformativo della cultura. La cultura deve favorire la costruzione di immaginari, dare senso e futuro ai luoghi e l’attore culturale deve essere un attivatore di processi di cambiamento. Un progetto culturale deve migliorare il benessere collettivo: è nel fare insieme – costruire, creare, condividere – che la cultura trova il suo senso.

Le politiche culturali dovrebbero investire in questa direzione, prevedendo, per esempio, che eventi e festival siano affiancati da “spin off” laboratoriali, educativi, in collaborazione con scuole e biblioteche del territorio.  Penso a progetti come scrivere un romanzo collettivo con gli abitanti di un paese, o costruire laboratori permanenti di scrittura e memoria. In questo le biblioteche possono svolgere un ruolo cruciale: sono spazi accessibili, riconoscibili, diffusi sul territorio, luoghi dove le persone possono incontrarsi, leggere, studiare, creare relazioni. 

Lasciare una traccia: sostenibilità e valutazione

L’amministrazione, investendo risorse pubbliche, dovrebbe quindi preoccuparsi delle ricadute per il territorio, ponendo maggiore attenzione a prevedere forme di “archiviazione” delle esperienze culturali attraverso, per esempio, pubblicazioni, video, interviste, che fungano da memoria e restituzione alla collettività.  E’ importante lasciare una testimonianza, generare memoria e appartenenza, rendendo i risultati accessibili e fruibili. Interventi e progetti si sviluppano, invece, sul breve e medio termine, mentre i cambiamenti richiedono tempi lunghi. È fondamentale riconoscere e valorizzare prospettive e approcci che operano su scale diverse. È invece frustrante constatare come la valutazione del successo di un’iniziativa avvenga quasi esclusivamente con il metro delle presenze, del gradimento del pubblico, senza andare oltre. Bisogna riportare i contenuti al centro e avviare una riflessione sulla definizione di indicatori e metodi appropriati per monitorare ricadute e impatti delle iniziative culturali.

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